2 febbraio 2026

Hybrid Cloud: cos'è e come riduce i costi operativi dell'IT

Il passaggio all’hybrid cloud permette alle organizzazioni di risparmiare sui costi operativi rispetto a un’infrastruttura interamente on-premise. Il Total Cost of Ownership (TCO) delle infrastrutture hardware, infatti, è spesso persino difficile da calcolare. Questo avviene per varie ragioni, fra cui le inefficienze e la complessità di misurare le ore-uomo che servono alla gestione complessiva dell’infrastruttura. Per di più, alcuni elementi dell’hardware vanno costantemente tenuti sotto controllo e aggiornati, perché sono parte integrante dell’infrastruttura. 

L’hybrid cloud risolve la situazione attraverso una semplificazione della componente gestionale e dell’utilizzo delle risorse. Maticmind, IT System Integrator italiano, aiuta le imprese a investire efficacemente nella migrazione al cloud ibrido, allo scopo di ottimizzare i costi e gli investimenti attraverso una struttura operativa specializzata, con verticalità pregevoli in tema di governance e di metodo, e l’adozione di tecnologie mirate a evitare gli errori più comuni. 

Che cos'è il cloud ibrido

Il cloud ibrido è al momento la soluzione più versatile per le imprese, in quanto unisce tutti i vantaggi di operare su diversi tipi di ambienti con estrema flessibilità. Lo scopo è quello di mantenere parte dell’assetto informatico su cloud pubblici e privati, e un’altra parte su data center e applicativi on-premise. Implementare una strategia “ibrida” consente alle organizzazioni di gestire le applicazioni utilizzando una combinazione di servizi gestiti su infrastrutture diverse e da provider diversi, integrando tra loro le fonti di dati e i workload.

Questo approccio così versatile nasce con l’idea di non escludere a priori il meglio di ciascun tipo di cloud ad oggi disponibile, consentendo alle aziende di adattarsi in modo flessibile ai carichi di lavoro e di rispondere in modo efficiente alle esigenze del proprio business. L’hybrid cloud garantisce che i carichi di lavoro siano ospitati nel repository più appropriato per ogni genere di processo, riducendo al minimo la necessità di investimenti infrastrutturali aggiuntivi.

L’evoluzione del mercato dell’hybrid cloud

Il mercato dell’hybrid cloud sta attraversando una fase di espansione senza precedenti, trainata dalla crescente esigenza delle imprese di coniugare controllo, sicurezza e agilità. A livello globale, secondo le stime di Grand View Horizon, il comparto ha generato nel 2023 un fatturato di 115,6 miliardi di dollari e raggiungerà 293,7 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita medio annuo (CAGR 2024–2030) pari al 14,2%. Una dinamica che conferma come il modello ibrido rappresenti oggi una delle architetture più strategiche per gestire la complessità delle infrastrutture IT e supportare processi di innovazione continua.

Anche in Italia, i numeri descrivono una crescita costante. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato complessivo del cloud raggiungerà 8,13 miliardi di euro, con un incremento del 20% rispetto al 2024. A trainare questa espansione è proprio la componente Public & Hybrid Cloud, che da sola vale 5,83 miliardi di euro (+21%). Particolarmente significativo è anche il contributo delle PMI italiane, dove l’adozione del cloud resta stabile al 67%, ma con una spesa in Public & Hybrid Cloud in crescita del 18%, fino a 690 milioni di euro.

Differenza tra public cloud, private cloud e hybrid cloud

Comprendere la differenza tra public cloud, private cloud e hybrid cloud è fondamentale per valutare quale modello risponda meglio alle esigenze di un’organizzazione. Ogni architettura, infatti, presenta vantaggi e criticità specifiche, che incidono su costi, governance e livelli di controllo.

Nel public cloud, le risorse informatiche – come server, storage o applicazioni – sono fornite da un provider esterno e condivise tra più utenti. Questo modello offre un’elevata scalabilità e costi variabili secondo la logica pay per use, ma comporta un livello minore di personalizzazione e di controllo diretto sull’infrastruttura. È la scelta ideale per realtà che privilegiano agilità, rapidità di provisioning e aggiornamenti costanti.

Il private cloud, al contrario, prevede un’infrastruttura dedicata a una singola organizzazione. Garantisce livelli superiori di sicurezza, privacy e personalizzazione, ma richiede investimenti iniziali più elevati e competenze interne per la gestione. È il modello più adatto a settori regolamentati o a imprese che trattano dati sensibili, dove il controllo è un requisito prioritario.

L’hybrid cloud combina i due approcci, permettendo di bilanciare flessibilità e controllo. Le aziende possono, ad esempio, mantenere dati e applicazioni critiche in un ambiente privato, spostando in cloud pubblico i carichi di lavoro meno sensibili o soggetti a picchi di domanda. Questo modello consente di ottimizzare i costi e migliorare la resilienza, integrando le risorse in un’unica architettura coerente.

La vera forza dell’hybrid cloud sta nella capacità di adattarsi alle diverse esigenze del business, garantendo continuità operativa, governance e scalabilità.

Gestione Hybrid Cloud: come ridurre i costi IT

L’hybrid cloud è la risposta alla necessità, sempre più impellente, di snellire i costi e gli investimenti per l’infrastruttura informatica. È anche un approccio che semplifica la gestione IT e, quindi, assicura benefici nell’organizzazione dell’operatività aziendale. 

Al giorno d’oggi, le organizzazioni faticano a stare al passo del monitoraggio dell’infrastruttura. Un’attività che richiede l’impiego di moltissime persone, chiamate a occuparsi, per esempio, delle patch: una dinamica “a rincorsa” che prevede una gran mole di costi nascosti. In pratica, oltre ai costi di approvvigionamento, cioè dell’hardware, ci sono quelli di gestione, spesso difficili da misurare completamente. 

In questo senso, il cloud – e in particolare l’hybrid cloud – viene in aiuto delle aziende in quanto permette di rimodulare i costi e rendere flessibile la gestione del budget. Poiché il pagamento del cloud è a consumo, il cosiddetto “pay per use”, i costi, oltre che ricorrenti anziché essere in conto capitale, sono prevedibili sulla base dell’utilizzo che l’impresa ha preventivato. 

Benefici chiave per le aziende: flessibilità, scalabilità, efficienza

L’adozione di un’infrastruttura hybrid cloud consente alle aziende di combinare il meglio dei diversi modelli IT, con un impatto diretto su flessibilità, scalabilità ed efficienza operativa. Questi tre elementi sono oggi tra i principali indicatori di competitività per qualsiasi organizzazione che voglia crescere in modo sostenibile.

La flessibilità è il primo vantaggio evidente. Grazie all’approccio ibrido, le imprese possono decidere dove collocare i propri dati e applicazioni in base a priorità di sicurezza, performance o compliance. Questo permette di adattare rapidamente l’infrastruttura ai cambiamenti del business, distribuendo i carichi di lavoro tra cloud pubblico, privato e data center on-premise senza interruzioni.

La scalabilità è un altro aspetto centrale. In scenari caratterizzati da picchi di domanda o da esigenze temporanee, l’hybrid cloud consente di aumentare o ridurre le risorse in modo dinamico, evitando sprechi o sovradimensionamenti. La possibilità di attivare capacità aggiuntiva solo quando serve riduce il time-to-market e migliora la continuità operativa.

Infine, la maggiore efficienza deriva da un utilizzo più razionale delle risorse IT. Il modello pay per use consente di trasformare parte dei costi fissi in costi variabili, ottimizzando la spesa e migliorando la gestione del budget. In più, l’automazione e la centralizzazione del monitoraggio riducono i tempi di gestione e liberano le risorse interne da attività a basso valore aggiunto.

Difficoltà e sfide dell’implementazione hybrid cloud

Implementare una strategia hybrid cloud efficace non è un processo immediato. Pur offrendo vantaggi significativi in termini di flessibilità e ottimizzazione dei costi, l’adozione di un modello ibrido richiede una pianificazione accurata e competenze specialistiche. Le difficoltà emergono soprattutto nelle fasi di integrazione, gestione e governance dell’ambiente IT.

La prima sfida è la complessità architetturale. Integrare cloud pubblici, privati e infrastrutture on-premise comporta la gestione di ambienti eterogenei, con sistemi che devono dialogare in modo sicuro e coerente. Senza una visione d’insieme, il rischio è quello di creare silos tecnologici e duplicazioni di dati che riducono l’efficienza complessiva.

Un secondo ostacolo riguarda la sicurezza e la conformità normativa. I dati si muovono tra più piattaforme e provider, con regole di protezione e responsabilità differenti. Garantire la tracciabilità dei flussi, la protezione dei dati sensibili e il rispetto delle normative (come GDPR o NIS2) richiede strumenti avanzati di controllo e un modello di governance centralizzato.

C’è poi il tema del costo nascosto della gestione. Senza un monitoraggio continuo dei consumi, l’hybrid cloud può generare inefficienze dovute a risorse inattive o sovradimensionate. L’assenza di processi di ottimizzazione può vanificare i benefici economici attesi.

Infine, la mancanza di competenze interne è uno dei limiti più comuni. La gestione di un ambiente ibrido richiede figure in grado di comprendere le logiche di automazione, orchestrazione e sicurezza dei diversi provider. Per questo molte aziende scelgono di affidarsi a partner specializzati, in grado di garantire un approccio metodologico e strumenti adeguati per il controllo dei costi e delle performance.

Hybrid cloud: i 3 step di una migrazione di successo al cloud ibrido

Il successo dell’adozione dell’hybrid cloud dipende dalla bontà del business case di partenza. Per questo, Maticmind aiuta le organizzazioni nella fase propedeutica della migration, per avere la certezza di configurarla al meglio studiando le caratteristiche, a livello di business, del carico di lavoro. È fondamentale partire da questo aspetto per poter realizzare, con le più alte probabilità di successo, la migrazione al cloud ibrido. Maticmind studia, quindi, il business need per passare poi all’analisi del workload placement.  

Pre-migrazione: lo studio di fattibilità  

Durante la prima fase di pianificazione, Maticmind analizza la situazione “as is” per comprendere lo stato delle infrastrutture, il Total Cost of Ownership e valutare, in particolare, i processi da cui si intende partire per costruire il journey to cloud 

Bisogna tenere sempre presente che il cloud non è un componente solo tecnologico: è un contesto di processi. Perciò, in caso in cui manchino processo o architetture, la migrazione potrebbe essere a rischio: lo studio di fattibilità, perciò, è fondamentale. Questa è la fase più delicata perché influenzerà sia il successo della migration, sia le effettive capacità del cloud innestato, nonché i costi successivi al processo.  

Durante la migrazione: applicativi e licenze 

Maticmind supporta le organizzazioni nel valutare come migrare – e se migrare – licenze e applicativi. La comprensione delle implicazioni del passaggio dell’applicativo “as is” oppure di una ricostruzione dell’applicativo è il perno di questa fase. 

Lo stesso discorso viene fatto per le licenze: non tutte sono compatibili con uno scenario in cloud. In alcune circostanze, sarà anche necessario concordare nuovi termini con il vendor. 

Post-migrazione: l’ottimizzazione continua 

Una volta conclusa la fase di implementazione dell’hybrid cloud, la vera sfida diventa mantenere il controllo operativo - in particolare sui costi nascosti che spesso emergono solo dopo il go-live. Molte aziende, infatti, scoprono che il modello “pay-per-use” introduce variabili difficili da prevedere: traffico dati inter-region, costi di egress, risorse inattive, licenze non aggiornate. In questo momento del journey, Maticmind analizza le metriche che il cloud mette a disposizione, per capire i razionali del tipo di consumo e valutare l’eventuale presenza di un overcommittent – cioè un impiego ingiustificato di risorse, che risultano essere maggiori rispetto a quanto effettivamente necessario. Proprio questa situazione rappresenta di frequente un costo nascosto dell’hybrid cloud. 

L’ottimizzazione post-migrazione prevede anche un piano di revisione architetturale: adeguare licenze al nuovo modello operativo, rivedere la collocazione dei workload (public vs private vs on-prem), valutare opportunità di replatforming o refactoring, oltre a introdurre automatismi che arrestino risorse non utilizzate o rimodulino automaticamente il provisioning.

A valle del processo di migrazione Maticmind aiuta le organizzazioni a costruire le remediation necessarie a ottimizzare i costi, attraverso, per esempio, un tuning del mondo applicativo e infrastrutturale per com’è stato concepito nell’ambiente dell’hyperscaler, oppure con una completa revisione architetturale. 

Maticmind e hybrid cloud per risparmiare sui costi dell’infrastruttura 

Maticmind ha predisposto una struttura di persone con competenze verticali, per poter affiancare le aziende con consulenze specifiche e un supporto tecnologico di alto livello.  

La principale sfida dell’adozione del cloud ibrido è ottimizzare i costi e le performance anche dopo la migrazione. Spesso, molti costi vengono trascurati e, in assenza delle tecnologie adatte a monitorare in tempo reale i consumi, le aziende faticano a tenere un bilancio concreto dell’investimento. Il ruolo di un partner come Maticmind è proprio quello di accompagnare le organizzazioni nel journey, evitando gli errori gli comuni, come il lock-in, la generazione di costi nascosti e la mancanza di un pieno controllo dell’infrastruttura IT. 

Aspetti di sicurezza e compliance nell’hybrid cloud

Quando si adotta un modello hybrid cloud, la flessibilità operativa deve essere accompagnata da una governance della sicurezza altrettanto agile. L’ambiente ibrido — che unisce infrastruttura on-premise, private cloud e public cloud — moltiplica le superfici di attacco, crea “zone grigie” nei dati e richiede modelli di controllo coerenti su più piattaforme.

Al centro della strategia ci sono due direttrici: visibilità unificata e controllo degli accessi. Senza una piattaforma centralizzata che consenta di tracciare ciò che accade tra i vari ambienti, le aziende rischiano “blind spot” operativi e difficoltà in fase di audit. Da questo derivano esigenze concrete: applicare cifratura end-to-end, definire modelli di identità federata, segmentare le reti e adottare principi di Zero Trust piuttosto che affidarsi esclusivamente a perimetri tradizionali.

Sul fronte della compliance, il quadro si complica ulteriormente. Normative come ISO/IEC 27017 (cloud services), ISO/IEC 27018 (protezione di PII in cloud) o regolamenti come GDPR richiedono che i processi siano tracciabili, che i dati di tipo sensibile risiedano in storage con controlli adeguati e che siano chiare le responsabilità tra fornitore e cliente cloud.

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